Il parto naturale: cosa c’è oltre il dolore

Gravidanza_Posate Spaiate

Partorire può essere una esperienza emozionante che ti rende consapevole del tuo potere di donna. Nel post precedente ho raccontato il mio percorso di preparazione durante la gravidanza e ora sto per condividere il racconto del parto di Anita, una delle esperienze più forti e belle della mia vita: un avvenimento intimo che avrei potuto tenere tra le mura domestiche ma che voglio condividere per trasmettere l’entusiasmo che un parto naturale può generare.

Gravidanza_Posate Spaiate

La rottura delle acque

Il 20 di Agosto, dopo una spensierata mattinata in piscina e una breve passeggiata pomeridiana, mi si sono rotte le acque.

Era un evento che aspettavo con un po’ di timore perché all’epoca eravamo ancora nel pieno del trasloco, con la casa per aria e tanti scatoloni da disfare: qualche giorno prima avevo ignorato una perdita viscosa che era evidentemente il famoso tappo. Mi ero semplicemente detta che non poteva in nessun modo essere il tappo perché mancavano ancora più di due settimane al termine e il bagno doveva ancora essere imbiancato, quindi quella perdita rimase tra me e me, sperando così di non renderla davvero reale.

Ma quella domenica sera mentre facevamo cena sentii una perdita improvvisa e corsi in bagno. Comodamente seduta sul bidet, raccolsi le acque che fluivano copiose: sapevo che mi avrebbero fatto domande sull’aspetto e sul colore e volevo essere sicura di saper rispondere. Abbondante liquido viscoso e lattiginoso: segno inequivocabile che Anita sarebbe nata di lì a poco.

Sono tornata a tavola, informato Manuele e insieme abbiamo convenuto che sarebbe stato bene mangiare anche la frutta prima di prendere qualsiasi decisione.

La chiamata al Centro Nascita

Verso le 21 chiamammo il numero della reperibilità: l’ostetrica mi chiese di che colore fossero le acque e se stessi già sentendo delle contrazioni. Le acque erano belle chiare e di contrazioni neanche l’ombra. Verdetto: ci avrebbero aspettato intorno alle 23 per fare visita e tracciato. Giusto il tempo per gli ultimi controlli della valigia e per recuperare del cibo energetico che sarebbe stato utile per sostenermi durante il travaglio: mandorle, cioccolata e fichi secchi.

In auto mi distesi dietro insieme ad un grande cuscino, il cd di Compay Secundo che suonava e il mio bacino che lo seguiva per assecondare le prime contrazioni che arrivarono durante il viaggio, leggere e simili al dolore del ciclo.

Al Centro Nascita non c’era nessuno oltre noi: l’ostetrica ci accolse, alcune domande e poi la visita. La dilatazione era ancora assente, ma la testina di Anita già molto in basso, ben posizionata e nella giusta direzione. Il tracciato era a posto ma non c’erano ancora contrazioni regolari: la cosa migliore da fare sarebbe stata tornare a casa, farci una buona notte di sonno e tornare verso le 8 del giorno dopo.

Rientrare ad Asti sarebbe stato troppo lungo, quindi abbiamo attuato il piano B: trascorrere la notte nell’alloggio di Torino dove avevo passato tutto il resto della gravidanza. Avevamo lasciato l’indispensabile per essere pronti a questa eventualità. Una breve tappa al supermercato h 24 per comprare qualcosa di buono per colazione e poi via a casa per ficcarci sotto il lenzuolo profumato del nostro divano letto, dormire il più possibile e recuperare le energie per affrontare la tempesta.

Mi sono addormentata subito. Ma dopo qualche ora le ho sentite arrivare. Le contrazioni. Quelle vere. Una morsa al basso ventre, simile al dolore mestruale ma più intenso, più profondo, una sensazione che ti costringe ad allungarti sul letto e inarcare la schiena come un gatto. Dalle 5 in poi si sono ripetute ogni 5 minuti.

Verso le 6 ci siamo alzati per fare colazione: pane e prosciutto, yogurt e un caldo e rassicurante infuso di malva. Due bei tazzoni per reidratarsi e per fare in modo che anche l’intestino facesse il proprio dovere, che nella giornata avrei avuto altri sfinteri a cui badare.

Una doccia calda: l’acqua che scorreva sulla nuca, sulle spalle, scivolava sul ventre grande per ricadere sulle gambe, portando via le ultime briciole di paura e rinsaldare la forza e la volontà per rendere quel giorno uno dei più belli e potenti della vita.

Il travaglio

Nel parcheggio del sant’Anna le contrazioni mi costringevano già ad appoggiarmi ai pilastri, il travaglio era indubbiamente partito, i giochi erano fatti, da lì non sarei più tornata indietro.

La visita lo confermò: alle 9.45 la dilatazione era di 3-4 cm e le contrazioni forti e regolari ogni 4 minuti.

Cammino, mi attacco alla spalliera, inarco la schiena e vocalizzo.

Muovo il bacino, sul ritmo dei nostri cd di salsa cubana.

L’attenzione non era su di me, ma su di lei. Non potevo concentrarmi sul dolore, ma sullo spazio che dovevo lasciarle. Faticavo, ma lei stava lavorando con me. Eravamo in due, insieme. Ad aiutarci.

Un parto non va da sé, occorrono impegno e fatica.

Bisogna lavorare e darsi da fare. Bisogna concentrarsi al massimo, essere lì con tutta te stessa senza avere altri pensieri per la testa. Occorre camminare, con i piedi scalzi, radicati a terra per sentire il suolo e sfruttare al massimo la forza di gravità.

E poi con noi due c’era Manuele, che sapeva cosa fare, sguardi e linguaggio non verbale tra noi. La sua mano sulla schiena ad ogni contrazione. La sua voce che mi diceva di non mollare.

Alle 10.45 la dilatazione era di 5 cm. Non riuscivo più a stare in piedi, avevo bisogno di farmi attraversare dal dolore senza bloccarlo. Mi sono appoggiata al sacco e l’ho usato per affondarci le unghie e per tenermi.

Le ginocchia a terra, le gambe divaricate, le natiche appoggiate ai piedi: bisognava lasciarle spazio.

Quello è stato il momento più duro. Il momento in cui anche le convinzioni più forti hanno rischiato di vacillare. Ma il dolore del travaglio è un dolore speciale: ha un obiettivo, è un dolore che non deve essere rifiutato ma accolto, ascoltato e vissuto. Ti fa capire cosa sta succedendo dentro di te, ti dice che la dilatazione procede. Cambia e diventa più intenso con il passare delle ore. Bloccarlo, metterlo a tacere con l’analgesia potrebbe significare inibire il meccanismo del parto, non sentire più il bambino e i suoi stimoli.

Mi ha aiutato pensare continuamente al motivo per cui ero lì, pensare che avevo le capacità per aprirmi e dilatarmi a tal punto da permettere ad Anita di nascere.

Tra una contrazione e l’altra c’è un limbo di tempo breve e lungo insieme in cui riposare e rifocillarsi: bere acqua, tè caldo e iper zuccherato, non potrei mai più berlo così dolce.

La nascita

Alle 12 circa la dilatazione era completa. Ho guardato l’ostetrica e le ho chiesto a che punto fossimo: era ora di cominciare a spingere.

Ci siamo spostate sul lettone, ero carponi e la testiera è diventata la mia migliore amica, l’ho afferrata e stretta per un tempo che mi è sembrato lunghissimo ma che in realtà è stato poco più di un’ora. Il tempo necessario alla bambina per attraversare il canale del parto. Non so quante siano state le spinte, non so quante volte Manuele mi abbia passato il cencio bagnato per rinfrescarmi il viso per poi coprirmi dopo pochi minuti perché sentivo freddo.

La mia voce cambiava, ma non era più il momento di urlare: tutte le forze dovevano essere messe per le ultime spinte. Profonde, lunghe, da tenere fino alla fine. Fino a quando non mi hanno detto che la testa cominciava a vedersi. Fino a quando non ho sentito quella tipica sensazione di bruciore sempre menzionata nei racconti di parto. Si chiama incoronamento, ed è la fase in cui la testa si affaccia al mondo.

Mi sono fermata per riprendere fiato, ho allungato la mano e ho toccato quella testolina viscosa e morbida.

Poche spinte e Anita è arrivata, alle 13.29, con la sua manina sul viso e Intensive Care di Robbie Williams che suonava: il tempo di darle un’occhiata e me l’hanno passata sotto la pancia, rossa e urlante, ancora unita a me col cordone. Era piccola come un gattino, avrei voluto baciarla e leccarla così tutta viscida e calda com’era.

Era lei, proprio come me l’ero immaginata, l’ho riconosciuta subito.

Impaurita e indifesa ma allo stesso tempo determinata, forte e dirompente. Aveva appena fatto il primo viaggio della sua vita, il più difficile forse: ha lavorato duramente per uscire da lì, ha spinto, prodotto ormoni, orientato la testa e superato l’immensa paura dell’ignoto.

Mi hanno aiutato a girarmi sulla schiena e a prenderla, finalmente, sul petto. Ci hanno coperto con un telo caldo e ci hanno lasciate insieme.

In pochi minuti è nata anche la placenta e, solo dopo, il cordone è stato tagliato, quando ormai non pulsava più.

Parto, i primi istanti dopo la nascita_Posate Spaiate

Dopo tutto quell’impegno arriva la pace, il riposo, la ricompensa della tetta. In pochi minuti Anita si è attaccata al seno.

E alle 14 io e Manuele mangiavamo mandorle tostate e il panino al prosciutto che ci eravamo portati da casa. Non c’era più nessun dolore, solo la sensazione di essere completi. E la consapevolezza di essere all’inizio di un viaggio.

Non ce l’avrei mai fatta senza la preparazione pre-parto, senza la dolcezza e la professionalità delle ostetriche e del personale del Centro Nascita: grazie a Lucrezia, Barbara, Cinzia, Tiziana, Silvia, Daniele, Daniela e Claudia e a tutti coloro che rendono possibile l’esistenza e la magia di questo reparto.

Parto, i primi istanti dopo la nascita_Posate Spaiate


Note e suggerimenti

Il parto naturale è stata la cosa giusta per me, ho scelto questa strada e la mia condizione di salute mi ha concesso di portarlo a termine con successo partorendo molto velocemente rispetto alla media delle primipare.

Ogni donna è però diversa, come ogni bambino e ogni esperienza: seguite il vostro istinto e fate quello che ritenete più giusto per voi e per la vostra condizione di salute. Ma fatelo consapevolmente.

Il racconto della mia preparazione al parto è qui.

Parto, i primi istanti dopo la nascita_Posate Spaiate
“I bimbi non hanno un passato, ed in questo è contenuto tutto il mistero della magica innocenza del loro sorriso.” Milan Kundera

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